Letture e ricordi: “IL MIO GRAZIE A BRUCE DICKINSON!”

“Avrei dovuto essere una rockstar strafatta e fuori di testa, e invece eccomi in un simulatore a insegnare le procedure standard di una compagnia aerea. Chi l’avrebbe mai detto.” (B. D.)

 

Ho conosciuto gli Iron Maiden quando avevo circa 8 anni grazie a mio cugino, un po’ più grande di me. Era da poco uscito l’album The Number of The Beast e io e lui ci divertivamo a cronometrare l’acuto di Bruce Dickinson, al termine della canzone Run to the Hills. Per la cronaca, dura 10 secondi.
Mai avrei immaginato che un giorno, da adulta, avrei ascoltato il leader della metal band inglese, ora sessant’enne, parlare della storia della sua vita in un teatro milanese.
Amo questo specifico cantante per varie ragioni:

  • è una delle voci più belle del rock
  • ha un atteggiamento molto positivo
  • è una persona ricca di interessi, dalle mille e spettacolari risorse
  • è umile

Un gran bell’esempio di essere umano, insomma.

 

Vi consiglio di leggere l’autobiografia “A cosa serve questo pulsante?” per due motivi:

  • è la storia di una persona la cui vita non è certo iniziata nel modo più semplice, intrecciata a contesti storici e geografici davvero interessanti (e c’è anche tanta musica, ovvio!)
  • è una storia coraggiosa e al contempo romantica, di sprono a chiunque stia tentando un percorso di crescita o di realizzazione di sé e dei propri sogni.

TENACIA, CORAGGIO, ANIMO SOGNATORE e INTELLIGENZA sono alcuni degli elementi che hanno forgiato un uomo in rockstar e poi di nuovo in uomo, soltanto molto più saggio.

 

Questo artista, che confessa di essere sempre un po’ bambino dentro e di non prendersi mai troppo sul serio (e non sono forse questi i segreti della felicità?), al termine della presentazione del suo libro, la scorsa domenica 13 gennaio, ci ha regalato qualche istante di esecuzione canora senza accompagnamento musicale. Si è trattato di un momento unico e straordinario, la sua voce era splendida, cristallina, potente e lirica. Un vero sogno.

Sono certa che non rimarrete delusi da colui che, considerato a ragione e senza dubbio una leggenda del rock, domenica sera al teatro dal Verme ha dichiarato che la soddisfazione più grande nella vita è valorizzare i pregi delle altre persone. Ha sorriso, scuotendo la testa e i capelli lunghi alle spalle, ripetendo che, sì, era davvero una cosa bellissima!

Vi lascio con alcuni estratti del libro a cui ho attribuito dei titoli a tema, con focus sul periodo di Dickinson a Sarajevo all’epoca della guerra, esperienza da cui Bruce ha tratto un documentario toccante e profondo dedicato alla gente del luogo.

Inoltre, per chi volesse approfondire la conoscenza del personaggio, ecco il link a una recente intervista a mio parere molto ben fatta. Intervista a Bruce Dickinson

Grazie per avermi seguita fino qui. Un abbraccio e… al prossimo articolo!

Morgane

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“A cosa serve questo pulsante?” SECONDA DI COPERTINA

“Ero brufoloso, portavo la giacca a vento e dei jeans a zampa di elefante con Purple e Sabbath scritto a penna sulle cosce, e guidavo un motorino scassato e rumorosissimo. E sì, volevo diventare un batterista…”

Bruce Dickinson, leggendario frontman degli Iron Maiden, è uno dei più iconici cantanti e autori della storia. Ma oltre a vantare una carriera musicale di grande successo, è anche pilota di linea per una compagnia aerea, imprenditore, speaker motivazionale, produttore di birra, scrittore, deejay radiofonico, sceneggiatore per il cinema, e come se non bastasse è anche un campione di scherma a livello internazionale: davvero uno degli uomini più eccezionali e interessanti del mondo.

A cosa serve questo pulsante? è molto più di un memoir: è una riflessione sugli alti e bassi della vita. Con la sua voce intensa e scanzonata, Bruce ripercorre le imprese esplosive della sua eccentrica infanzia inglese e il folgorante successo degli Iron Maiden, racconta la filosofia della scherma e la sua esaltante esperienza come pilota di boeing, fino ad arrivare alla recente lotta contro il cancro.

Coraggioso, sincero, energico e divertente come le performance del suo autore, A cosa serve questo pulsante? è un viaggio intimo nella vita, nel cuore e nella mente di un’autentica leggenda del rock.

 

ESTRATTI DELL’AUTOBIOGRAFIA e DELLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO

I PRIMI PASSI

“Gli appassionati di quegli aggeggi ricorderanno la curiosa operazione necessaria per registrare sulle cassette che si compravano già incise: mi misi all’opera con il nastro adesivo e poi trafficai con l’interno del registratore, per poi sistemarlo, pronto e in pausa, sopra il pianoforte. Non mi presi il disturbo di suonarlo, dal momento che non lo sapevo fare: mi sistemai decisamente lontano dal piccolo microfono a condensatore dell’apparecchio e semplicemente iniziai a urlare, ululando scale e producendomi in uno strillo nasale con un paio di tipi diversi di vibrato, mentre concludevo. Spedii il tutto per posta, alla casella postale indicata nell’annuncio, accompagnandolo con una breve nota scritta con una biro rossa: Ecco la demo. Se fa schifo sull’altro lato ci sono i Monty Python (gruppo comico britannico, ndr) per farsi una risata.”

 

NASCITA DI UNA ROCKSTAR

“Comunque fosse, il boato della folla e l’odore del trucco stavano penetrando nel mio subconscio, e dentro di me iniziava a mettere radici una filosofia che si fondava sull’idea che non era importante cosa facevi, fin tanto che se ne rispettava la natura e si cercava una personale armonia con l’universo.”

“Dovevo puntare sulla sostanza, non avevo scelta, perché dal punto di vista dell’immagine ero un disastro ambulante. Se pensate che sia un giudizio troppo negativo, ho una quantità di testimonianze fotografiche che lo provano.”

“L’estate del 1978 per me fu incredibile. Ero libero di passeggiare per le strade di Londra facendomi guidare solo dai sogni, libero addirittura di dimenticarmeli.”

Appena entrato negli Iron Maiden: “I fan di Paul Di’Anno (il cantante precedente, ndr) non ci rimasero bene. Uno scrisse una lettera di protesta, descrivendo il proprio disgusto nel sentire le sue canzoni preferite cantate da una sirena antiaerea, e mi pare di ricordare anche un paragone poco lusinghiero con una betoniera.”

“Una volta comparsa la prima crepa nella diga che mi ero costruito, venne l’inondazione. Il muro che avevo costruito era il mio ego: tutti ne hanno bisogno, ed è assolutamente necessario se devi tenere in pugno centomila metallari, ma non lo puoi portare in studio, perché lì è la canzone che deve possederti, come un film che ti scorre davanti. Tutto quel che faccio è cantare le parole che dipingono la scena.”

 

SULLA VITA DA ROCKSTAR

“A un certo punto mi resi conto che non sapevo assolutamente nulla del mondo reale. Volevi una macchina, una macchina arrivava, tutto era irreale, dov’era la vita vera? L’unico modo per scoprirlo era uscire dalla band.”

“Ho fatto qualsiasi genere di cosa nella mia vita e ho capito che seguire il cuore e lasciarsi trasportare dalla corrente porta sempre in qualche posto interessante. Alla fine ci sono voluti degli anni per capire chi ero.”

 

ROCK IN RIO (1985) – THE DAY AFTER

Suonavamo prima dei Queen e ricordo che eravamo tutti molto nervosi perché la settimana prima del live era stata una sorta di Beatlemania. Sul palco il suono faceva schifo, avevo la chitarra, ma non la sentivo, così iniziai a sbracciarmi con un fonico, ma niente, allora vado al suo banco e gli urlo in faccia e lui: “Ma sei fuori?”. Mi levo la chitarra, la mia bellissima Ibanez blu, ma nel farlo mi sono aperto la fronte. C’era sangue dappertutto, nel backstage si rifiutarono di pulirlo, perché dicevano che era grandioso in video. Esco su palco e la folla impazzisce, così sull’onda degli eventi scaglio i monitor giù dal palco. Il giorno dopo in prima pagina sui giornali invece dei Queen, c’era la mia cazzo di faccia insanguinata.
[…] Era strano sentirsi liberi, dopo sei giorni di assedio continuo. Decisi di gustarmi il frutto proibito senza esitazione. Attraversai la strada, tolsi le scarpe e mi sedetti sulla spiaggia, muovendo le dita dei piedi nella sabbia tiepida. A breve saremmo risaliti sull’aereo, per tornare nel mezzo dell’inverno. Che vita folle, cazzo, pensai tra me e me. Mi girai a sinistra e vidi Brian May con gli occhi chiusi, il viso contro il sole, che probabilmente stava riflettendo su qualcosa di molto simile. Lo lasciai ai suoi pensieri. Che mondo assurdo, davvero.”

 

GUERRA IN BOSNIA

“Il telefono di casa squillò. «Ti va un concerto a Sarajevo?» «Non si sparano addosso sul serio, da quelle parti?» «Oh, sì, ma è una cosa organizzata dalle Nazioni Unite, sarai assolutamente protetto, è tutto organizzato.» Non eravamo protetti, non c’era alcuna organizzazione e i proiettili erano veri, ma chi se ne fotte, andammo lo stesso.
[…] Ci fermammo di colpo, come si fa normalmente quando un uomo si piazza in mezzo alla strada e ti punta contro un AK- 47: ci sono modi più amichevoli per chiedere un passaggio, ma immagino che in una zona di guerra i pollici vengano sostituiti da proiettili e canne di fucile.
[…] Eravamo arrivati in cima. Il conflitto a fuoco era terminato e, come succedeva sempre in quella guerra, chi lo sapeva cos’era successo e chi aveva vinto? La risposta: nessuno.
[…] Feci l’errore di prenderne uno in braccio e di sentire il caldo battito della vita umana nelle mie braccia. Per prima cosa fissò i suoi occhi scuri su di me, poi le mani iniziarono ad aprirsi; emise un gorgoglio, fece un sorriso e mi afferrò un dito con la forza che solo un neonato sa esercitare. Le lacrime che piansi erano di confusione, di rabbia e di tristezza. Che mondo avrebbe ereditato quell’innocente? Scoppiò rapidamente il caos: il bambino gorgogliante svegliò tutti gli altri dal loro stato comatoso, come in una stanza piena di orologi che battono la mezzanotte in istanti diversi.
[…] Il viaggio in treno per Londra fu surreale. La normalità ci sembrava un sogno, una patina di certezza che copriva il pozzo dell’inferno che ribolliva a poca distanza da noi, se solo ci avessimo fatto caso. Natale si avvicinava, ed era struggente pensare che c’erano persone che l’avrebbero trascorso lontane dai piaceri che i cartelloni pubblicitari dicevano essenziali.”

(v. anche Recensione del documentario di Dickinson a Sarajevo e Sarajevo consegna la cittadinanza onoraria a Bruce Dickinson)

 

11 SETTEMBRE

“Durante una pausa gli Iron Maiden mi chiesero di andare a New York per alcuni incontri con la stampa: si trattava solo di un paio di giorni, più un’intervista con MTV la mattina del giorno in cui avevo il volo di ritorno a Londra. Non feci l’intervista, e non presi il volo, perché quel giorno era l’11 settembre 2001, il giorno in cui i cieli rimasero deserti.
[…] Diverse persone avevano cominciato a uscire dall’ascensore, e sul tetto si era radunata una piccola folla, che guardava in direzione del Greenwich Village. L’hotel era giusto a sud di Central Park. «Che aereo era?» Chiesi a uno. «Di linea.» Posai il manuale: gli aerei di linea non vanno a schiantarsi sui grattacieli in una mattina limpida di settembre.
[…] Sull’8a Avenue vidi i camion dei pompieri tornare a tutta velocità sulla scena, gli uomini completamente marroni e grigi per il fumo tossico che usciva dagli edifici. In un tombino c’era l’orsacchiotto di un bambino, coperto di polvere e immerso in una pozza d’acqua che sgocciolava dalla pompa di uno dei camion, e i suoi occhi perlacei erano spalancati come a dire: La mia innocenza è perduta.”

 

IL CANCRO

 “Non è la vendetta di qualcuno su di te, è solo una merda che succede e penso che, se riesci ad accettarlo, è molto importante per aiutarti ad avere un atteggiamento positivo”.

 “Appena mi hanno diagnosticato la malattia ho passato tre giorni in cui le uniche cose che notavo girando per Londra erano chiese, cimiteri e ospedali e io ero uno che quando girava notava il sole, gli alberi e i sederi delle donne. Così ho pensato: questa cosa non deve durare, perché se vado avanti con questo stato mentale andrò fuori di testa.”

         

Foto dell’evento scattata e gentilmente donatami da Andrea Guglielmino

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